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Appunti e considerazioni sul mio viaggio a Capo Nord in compagnia di Umberto Marchese… by Silvio Chiappin, nell’agosto 2010

E’ difficile riassumere in un breve scritto tutte le emozioni e le svariate situazioni in cui mi sono trovato nel lungo percorso effettuato risalendo la penisola scandinava da Trelleborg a Capo Nord. Basti dire che a più di 10 giorni dal mio ritorno, non passa notte che nel sonno non riviva situazioni inerenti il viaggio compiuto. Premetto che il progetto di arrivare in bicicletta all’estremo punto a nord del continente europeo lo meditavo da più di un anno e non avevo ancora le idee ben chiare sul percorso da seguire. Pensavo di partire con la mia bici da trekking ben attrezzata e l’idea era di partire in compagnia di un cicloturista conosciuto a Santiago di Compostela. Idea che si è rivelata, dopo un lungo parlarne, del tutto fasulla e inconsistente. Ero deciso a realizzare comunque quello che consideravo un grande sogno in totale solitudine e l’esperienza di Santiago mi sarebbe stata utile. Tuttavia per una serie veramente incredibile di fatti accaduti, per me in modo del tutto imprevedibile e inconsapevole, mi son trovato a dover decidere quasi su due piedi, di effettuare il viaggio con una bicicletta a pedalata assistita. Bicicletta di cui non conoscevo bene le caratteristiche, l’uso e le prestazioni e il viaggio sarebbe stato in compagnia di un fuoriclasse dalle grandi imprese ciclistiche: Umberto Marchese, già protagonista di tour straordinari quali Patagonia, Santiago, Danimarca, ecc.

Mi sono sentito fin da subito doppiamente privilegiato. In primis nel poter disporre di quella bicicletta dal nome che è tutto un programma: “Frisbee Softbike”, di cui avevo intuito le enormi potenzialità visionando il sito della ditta costruttrice, ma privilegiato anche per poter pedalare al fianco di un grande atleta . Un personaggio insolito, del quale avevo avuto modo di apprezzarne le doti sportive e la resistenza fisica nei filmati e nelle notizie riportate in internet sempre nel sito della Frisbee. Si tratta di un persona sportivissima che ha uno strano modo di pedalare: non convenzionale e fuori da ogni stile. Pedala anche con una macchina fotografica attaccata al polso… e di tanto in tanto alza le mani dal manubrio per scattare foto o altro. Quale grossa opportunità mi si presentava!!!.

E’ così che il 25 luglio, raggiunta l’abitazione di Umberto e trasbordato il mezzo con borse e materiale vario, siamo partiti alla volta della città di Rostock (Germania), raggiunta in serata. L’indomani, lunedì 26, l’imbarco alle 17,00 sul traghetto per Trelleborg e al mattino successivo lo sbarco e l’inizio della bella avventura. Mi sono trovato subito a mio agio in sella a quella bicicletta dalle caratteristiche per me ancora sconosciute. La trovavo stabile, scorrevole, con una buona frenata ed un ottimo cambio. Pur gravata di un carico di circa 54 Kg. oltre al mio peso di 75 kg. la sentivo agile e la pedalata assistita consentiva una velocità media molto sostenuta, considerando il carico oltre misura.

chiappin_4Alla sera raggiunto Karlhamn il ciclocomputer segnava 210,38 km. E la cosa mi innorgoglì non poco essendo la prima volta che con una bici superavo i 150 km. giornalieri senza dispendio di grandi energie. Inviai subito più di una sms a parenti e amici per informarli del risultato raggiunto per me straordinario. La cosa si sarebbe ripetuta più di una volta nel corso del viaggio, anche se alcuni problemi e qualche difficoltà si sarebbero verificati ben presto nel nostro cammino. L’amico Umberto, esperto e saggio qual’era, più di una volta commentava: “… è ben presto prima di cantare vittoria!!!” Non intendo dilungarmi in modo eccessivo sul lungo percorso, perchè ci sarebbe da scrivere un libro. Le emozioni son state tantissime nel vedere le cose belle e nel superare le difficoltà incontrate. Come nel caso in cui dopo un lungo percorso sotto la pioggia si era verificata la mancanza di erogazione di energia alla pedalata assistita nella mia bicicletta pur essendo la batteria in piena efficienza, oppure quando si son dovuti sostituire i pattini dei freni anteriori o sostituire un raggio della mia bici o i due raggi di quella di Umberto.

Da parte mia si è verificato anche qualche scivolone, come nel caso in cui la mia scarpa sinistra restò incastrata nel pedale al momento di fermarmi o nel caso in cui dopo una brusca fermata mi dimenticai nello scendere di avere le borse sulla ruota posteriore. Borse che mi impedirono di scavalcare la ruota con la gamba destra con conseguente caduta. A Pajala, il wanderheim (albergo) che in internet figurava aperto era invece chiuso e abbiamo dovuto quindi piantare le tende per passare la notte. Trovate due briosche in un negozietto abbiamo cenato con panini di scorta. Per nostra fortuna Umberto non si lasciò sfuggire la presenza di alcune prese esterne sui muri dell’albergo per allacciarsi, al fine di poter ricaricare le nostre indispensabili batterie.

chiappin_5Abbiamo quindi goduto di una nottata in tenda dopo esserci riscaldati accanto ad un bel fuoco attizzato sempre dall’infaticabile Umberto. Abbiamo attraversato la bellissima capitale della Svezia: Stoccolma, città bellissima, ricca di lunghissimi ponti e adagiata su diversi isole. Traffico intensissimo e grosse difficoltà nel trovare il modo di prendere la giusta direzione nel prosieguo del viaggio. Un sacerdote cattolico casualmente interpellato, ci accolse presso la sua chiesa e ci fornì una utile mappa. Risalendo a nord trovammo compagnia con un giovane cicloturista di Stoccolma che ci introdusse in un ostello internazionale nella città di Uppsala nei pressi di una insolita moschea con svettante minareto.

chiappin_3Con lui cenammo in centro città trovando la stessa animata da tante persone e ricca di vita. L’architettura delle strade e delle abitazioni appariva piuttosto fredda e del tutto insolita. Risalendo il nord della Svezia, dopo centri importanti quali Sandarne, Sundsvall, Ornskoldsvik, Lovangen, Pitea, Bjorkfors, Pajala, il territorio presentava sempre meno centri abitati. Siamo quindi entrati in Finlandia ed a Enotekio trovammo il primo alloggio. A seguire Kautokeino, passando successivamente nel territorio della Norvegia. Una cosa che mi ha molto colpito in tutto il lungo percorso, è stata sempre la grande disponibilità e cortesia delle persone incontrate nel darci spiegazioni e indicazioni utili sulle strade da prendere per andare nella giusta direzione. Un grosso supporto a queste difficoltà che sovente abbiamo incontrato nei grossi centri urbani, è stato il GPS di Umberto. Strumento prezioso che alimentato da una dozzina di satelliti terrestri ci ha aiutato svariate volte nel trovare oltre che il giusto percorso, anche il più breve. Iniziata la risalita della penisola scandinava nell’entroterra, dopo aver superato il costeggiare lungo il golfo di Botnia, la meta agognata cominciava a sentirsi più vicina ed ebbi la netta sensazione che si stava scavalcando la curva terrestre oltre il circolo polare artico. Bellissima sensazione!!

Passando dalla Svezia alla Finlandia abbiamo subito avvertito una maggior presenza di centri abitati e quindi di servizi. L’uso della moneta europea ci ha facilitato nei pagamenti. Il territorio si andava differenziando dalle infinite foreste della Svezia. Le piante mutavano di colore e altezza diradandosi sempre più. Abbiamo cominciato ad incrociare gruppi di renne che tranquillamente attraversavano la strada e a volte ci affiancavano, trotterellando quasi fossero animali domestici. Quale tenerezza nel vedere le renne madri acccudire e prestare attenzione ai piccoli che si spostavano sul lato opposto della strada! Diverse foto meritavano di immortalare simili creature che ben sono inserite in quei paesaggi di favola. Avvicinandosi sempre più alla meta finale, la stanchezza accumulata, per me, cominciava a farsi sentire ed il ritmo della pedalata ha cominciato conseguentemente a ridursi gradualmente. I chilometri cominciavano ad essere tanti. Oltre i duemilacinquecento in soli 15 giorni!!.

Paesaggi stupendi si presentavano anche nella parte finale del viaggio. Strade tortuose scorrevano sotto le nostre ruote in mezzo ai monti costeggiando laghi lunghissimi e con un cielo di un azzurro sempre intenso. Per nostra fortuna il tempo si è sempre mantenuto buono. Una giornata del tutto particolare che ricorderò come la più dura in assoluto di tutto il viaggio. Era il 4 di agosto quando partiti da Ornskoldsvik il tempo volgeva al peggio e la pioggia cominciò di buon mattino. Ben coperti con le nostre tute antipioggia si pedalava alla grande nella speranza di un miglioramento delle condizioni atmosferiche. Cosa che non successe mai.

Anzi, oltre alla pioggia si levò anche il vento tanto da sembrare bufera vera e propria. Impossibile fermarci. Si era in autostrada e nessun paese poteva accoglierci in quel percorso. Si doveva per forza arrivare dove il pernottamento era stato fissato. Dovemmo così percorrere ben 220 kilometri interamente sotto l’acqua prima di arrivare a Lovangen dopo ben dieci ore e un quarto di pedalate continue intervallate solo da qualche sosta ai margini della strada, al riparo del tettuccio delle fermate del bus che di tanto in tanto si trovavano. Arrivati col buio pesto, fu difficile anche trovare la casetta che ci avrebbe ospitato per la notte.

Ma anche queste difficoltà entrano nel novero delle cose da ricordare con un certo orgoglio, come fatti che arricchiscono e danno sapore al nostro lungo cammino e che hanno reso ancor più affascinante l’avventura di un viaggio che giorno dopo giorno diventava sempre più straordinario. Viaggio che a partire dalla città di Alta si sentiva volgere verso la conclusione. La meta era sempre più vicina e uno strano senso di appagamento cominciava a farsi sentire. Non mi sembrava vero che quel grande sogno da tanto tempo vagheggiato si potesse concludere positivamente. Ricordo le tante volte che prima di partire guardando la carta geografica il punto che indicava la città di Alta mi dicevo: Arrivato lì, sarà vittoria raggiunta. E questo si stava verificando….! Quale emozione!

Ebbene sì. La meta era sempre più vicina, ma altre emozioni mi aspettavano ancora. Olderfiord dopo poco più di cento chilometri da Alta, si presentava come un bellissimo villaggio con porto e un bel centro dotato di ampio centro commerciale ricco di tanti oggetti da regalo ed un grande hotel. Fatti acquisti per regali, cominciai a scrivere le prime cartoline. Bisognava prendersi avanti.

Ilchiappin_2 tempo per l’arrivo si riduceva sempre più e quei momenti bisognava viverli intensamente. Così il giorno successivo sarebbe stato la penultima tappa: Honningsvag ci aspettava e per raggiungerla bisognava percorrere un tunnel sottomarino di ben otto chilometri. Chissà come andrà! Effettivamente un po’ di timore incuteva quel passaggio. Amici di Torino già conosciuti all’andata e incontrati sulla via del ritorno dopo Olderfiord, avevano detto che quel tunnel era stretto e poco illuminato. Fu così infatti!

Già all’inizio pur dotati di potenti fari collegati alla batteria, nel passaggio dalla luce al buio del tunnel, non distinguendo bene il cordolo del marciapiede dalla striscia bianca del limite strada, andai a toccare con la ruota anteriore il cordolo, facendo un bel scivolone. Niente di grave avendo la frenata attutito la caduta, ma un po’ di spavento sì. Infatti un forte rumore simile a quello di un grosso tir alle spalle si faceva sentire, ma si trattava dei vortici di aspirazione che di tanto in tanto disintossicano l’aria che i mezzi in transito inquinano.

Superato il tunnel, il bellissimo porto di Honningsvag ci accolse ed un ottimo pranzo in hotel coronò il penultimo arrivo prima della meta finale. L’indomani, partiti alle sette del mattino con bel tempo cominciammo la lunga salita verso il punto di arrivo.

Ancora renne lungo la strada in salita. Salite lunghissime e con poche curve si inespicavano sul quel monte dove la vegetazione era spazzata via dal vento continuo, Solo muschi e licheni crescevano per nutrire quelle renne che sembravano le vere regine di quel paesaggio lunare. Finalmente dopo circa trenta chilometri e due ore di pedalate la segnaletica indicava l’approssimarsi di Capo Nord. In lontananza si videro le sbarre appresso il casello dove si doveva pagare l’entrata per accedere al bellissimo centro disposto su quattro piani e che domina la roccia alta trecento metri sul mare sottostante.

Alcune foto al casello e finalmente l’arrivo !!!. Appoggiata la bici ad un muro non potei non avvicinarmi al mio compagno di viaggio che in tante occasioni mi era stato di grandissimo aiuto. In un fortissimo abbraccio mi lasciai andare in un pianto liberatorio nel ringraziare quella persona straordinaria che tante volte mi aveva aiutato e pazientemente sostenuto, ma anche fortemente stimolato nei momenti difficili, consentendomi così di realizzare un sogno che affrontato da solo ben difficilmente sarei stato in grado di portare a termine.

Un riconoscente pensiero andava anche al generoso e per noi molto vantaggioso aiuto, avuto dalla gentilissima signora della “Frisbee”, che con il suo intervento più volte si prestò tramite internet a trovarci gli alloggi per i pernottamenti nei nostri punti di arrivo. Con i nostri settant’anni sulle spalle, avevamo percorso ben duemilanovecentodue (2.902) chilometri in solo diciotto giorni con una velocità media di 24,45 chilometri orari. Media considerevole tenuto conto dei nostri bagagli e anche della nostra età.

Ora ci potevamo godere lo straordinario panorama che si apriva davanti ai nostri occhi. Un mare infinito sotto la mitica rupe di Capo Nord dove svetta il grosso mappamondo metallico. Luogo simbolo dell’estrema punta del continente europeo.

Il sogno era diventato finalmente una indimenticabile fantastica realtà. Una favola da poter raccontare otre che a parenti ed amici, anche in futuro al mio nipotino che nel frattempo in data 10 agosto era venuto alla luce, mentre il nonno scorazzava in sella al suo indomito Frisbee sulle strade della penisola scandinava, in compagnia del grande Umberto Marchese.

(pubblicato per gentile concessione del Sig. Silvio Chiappin)

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