cavaciocchiPer chi non conosce la mia storia, desidero dire che ho la fortuna di esserci ancora e di essere sempre io ed in una vita migliore.

Sono Giorgio Cavaciocchi, oggi 57 anni, sette vite vissute in più al mio triste destino, un trapianto di fegato nel luglio 2003, appena separato e con due figli ancora piccoli che sono le mie lacrime di gioia per la vita e che vivo ogni momento della giornata.
Nel 2008 mi è tornato un nodulo nel fegato donato e nello stesso 7° segmento, era di 14 mm, che paura e che fortuna!
La notizia mi aveva tolto ogni speranza di sopravvivenza per la paura che provavo, ma sapevo di essere in ottime “mani”, i miei cari scienziati che studiano ed hanno sempre le soluzioni di cose che non potremmo mai immaginare; loro, la mia seconda famiglia dove trovare risposte e conforto nel dolore, nella disperazione e nella speranza del vivere nel forse, mi hanno ridato la vita ancora una volta.
Mi sembrava impossibile avere un secondo tumore dopo il trapianto (trapianto = lacrime di dolore temporali tra un pianto e l’altro).
La mia seconda famiglia mi ha dato la vita ancora una volta ed il reparto tutto mi ha aiutato nel partorire la mia seconda vita, sono ancora qui con voi e con i miei figli, ho festeggiato altri sette compleanni con loro, è uno dei più grandi regali che non avrei mai immaginato di vivere ancora.
Mi sento un prescelto dalla fortuna o dal destino, ma soprattutto grazie alle grandi capacità dei miei chirurghi, mi vogliono bene e ciò mi ha aiutato moltissimo. Ho fede e vorrei che tutti potessero vivere ed avere la stessa fede che ho ancora oggi.

Sono un caso eccezionale? No! Sono molto di più!

Nel settembre 2009, dopo il consueto periodico controllo, mi dicono che ho un altro nodulo sospetto per epatocarcinoma, hcc recidivo e chi più ne ha più ne metta, praticamente un altro tumore da combattere. Era già da un pò di tempo che scherzavo dicendo “ non c’è due senza il tre” ed eccomi accontentato.

Gli amici, increduli, mi davano l’ormai meritato conforto ed alla fine concludevano sempre dicendo “certo che sei proprio sfigato!”.

Non mi sentivo uno sfigato, anzi il contrario! Fortunato perché i medici mi avevano dato buone notizie ed ottime speranze nella riuscita dell’ intervento.

Mi sentivo strano. Mi sentivo strano, non per la triste notizia, ma per come l’avevo accettata. Avevo due settimane davanti a me prima del ricovero ed ho pensato a come organizzarmi come se stessi partendo per le vacanze.

Ho finito un lavoro, che non mi hanno mai pagato, sono stato in amore con i miei figli, ho aiutato l’amico Orsolino ad incorniciare le sue opere d’arte, ci tenevo vederle completate e poi ho passato quattro giorni d’amore con Courage, la mia compagna; “ho fatto tutto proprio tutto e in così poco tempo” , Mi ero stupito di ciò! Avevo avuto tutto dalla vita in così pochi giorni che ironicamente pensavo “ora posso anche morire” .

Finalmente in Istituto. Mi ha accompagnato l’amico Orsolino, colui al quale ho dato il mio appoggio e la mia esperienza di trapiantato, anche lui ha fatto il trapianto dopo di me, ci siamo salutati silenziosamente, avevamo la lacrimuccia agli occhi, in quell’emozione c’erano tanti discorsi fatti e momenti passati a farci coraggio l’uno con l’altro, un mondo di speranze e di progetti di collaborazione, ma il destino mi ha richiamato “alle armi ed in prima linea”. per affrontare il terzo intervento.

In corsia

Sapevo a cosa andavo incontro ed ero tranquillo sino a quando mi dicono che stavano ancora studiando da quale parte passare per togliere il nodulo perché dall’addome non era più possibile o troppo complicato per le aderenze. Si parla di passare dal torace, volevo conoscere meglio cosa sarebbe accaduto al mio corpo. “Maledetta la curiosità” ! Il dott. Cotsoglou, chirurgo, mi spiega tutto con un bel disegnino fatto così bene che non ho dormito per tre notti, sembrava si divertisse a spiegarmi, come se io fossi uno studente e mi diceva: “ apriamo da qui a qui e mettiamo i divaricatori per aprire le coste , creiamo un pneuma torace artificiale riducendo il polmone per avere più spazio possibile, così per accedere dall’alto al fegato e tagliare il nodulo” e già che ci siamo perché non mettere un armadietto a quattro stagioni? Mi sembrava di parlare con un architetto per ristrutturare casa!

Pensieri strani

Ho passato alcuni giorni, di cui un sabato e domenica, aspettando il mio turno e parlavo con il mio “nodulino”, ho pro- vato anche a corromperlo promettendogli che gli avrei trovato un altro alloggio più confortevole con vista mare; gli ho chiesto se aveva parenti; volevo sapere perché aveva scelto il mio corpo e per la terza volta; gli ho fatto scrivere una raccomandata dal mio avvocato perché in questi anni non ha mai pagato affitto ed ha sempre mangiato gratis, l’ho portato sempre con me senza mai abbandonarlo in autostrada neanche una volta. Gli ho ripetuto tante volte di andarsene da solo e di non continuare sempre a nascondersi, lo avrei aiutato io ad avere il permesso di soggiorno altrimenti avrebbe fatto una brutta fine, ma é stato tutto inutile, si era affezionato e mi voleva così bene che è morto per me! Non sento la sua mancanza.

La sala operatoria

Ero trasportato in sala operatoria, e lungo il corridoio ho visto una mostra di fotografia in b&n molto curiosa ma non avevo il tempo di approfondire. Ricordo l’anestesista che si aggirava intorno a me, mi disse che stavano preparando gli ultimi dettagli quando mi è riapparso davanti con un carrello con sopra una “specie di” scultura” bellissima, tubi in acciaio inox e cuscinetti in cuoio nero snodabili, per un attimo ho pensato ad un film a luci rosse. Quando ho chiesto a cosa servissero mi stava già iniettando la “bombarola” e. . . . .

Il risveglio

Due tubi da camion che uscivano dal torace, pieni di liquido rosso che andavano a finire in un carrellino tipo aspirapolvere dove al termine cerano due bottiglioni di vetro anche loro pieni di liquido rosso; muoversi era impossibile, ero pieno di tubi da tutte le parti e dico proprio tutte! Ricordo che per rompere il ghiaccio con la realtà andavo in sala d’aspetto con la mia “aspirapolvere” e un bicchiere di plastica chiedendo ” vuole la granatina o il lampone?”, ma pochi hanno capito l’ironia.
Cercavo di riderci sopra per non essere solo. Chiedo scusa a tutti i pazienti sofferenti, ma se non avessi vissuto così ironicamente la mia malattia forse sarei già morto o mi sarei attaccato al tubo del gas che disgraziatamente ho fatto murare ai tempi della ristrutturazione. Grazie al reparto tutto per avermi sopportato nella sofferenza e nel gioco dell’ironia di cui avevo bisogno di vivere per arrivare alla vita in modo migliore per me e per tutti.
Cosa ho imparato da questi dolorosi eventi? Ho imparato a vivere “ l’oggi”, il momento vero della vita che devi sapere di accettare, accettare il tuo momento della vita e nella vita che ti appartiene e devo dire grazie di tale saggezza acquisita a tutto il reparto del 7° trapianti e del supporto psicologico del dott. Bosisio, (mi piacerebbe dire che è un amico ma i ruoli non lo permettono).
Sono felice anche se le tempistiche di convalescenza mi hanno tolto il vedere crescere i figli e stare loro vicino come avrei voluto. Non ho niente da rimproverarmi, loro mi danno amore come possono ed io come posso do a loro il mio amore, ma sento di aver perso qualcosa che è il passo verso l’ adolescenza; ma io sono ancora vivo e posso ancora dare amore per la loro crescita e accompagnare il loro carattere alla maturità.

Concludere è difficile perché i sentimenti che ho provato in queste avventure sono così forti e indimenticabili, c’é sempre da attingere da ciò che ho vissuto con il” settimo reparto tutto”, ciò che hanno fatto è per me veramente così grandioso che a volte ne sento la nostalgia, non ricordo emozioni così vive, forti e vere che mi hanno permesso di rendermi conto di cosa è la vita nel suo vero significato, ed anche se fosse l’ultima saprei come accettarla e viverla con amore ed il rispetto che merita.
Nella nostra vita ci sono archivi di emozioni che non ricordiamo più e che diamo per scontati come i sapori del vivere, le emozioni libere, il dire ti voglio bene e ti amo, il sapersi rispettare nella vecchiaia, non avere paura di essere ciò che siamo e potere contare nell’amore delle persone che ci circondano. Questa è per me la vita! Non dobbiamo avere paura di perdere ma scegliere di vivere la vita che rimane ed arrivare alla fine più puliti e sinceri con se stessi senza rimproverarci nulla.
Penso sia la più bella fine che un umano possa chiedere alla propria vita.
Io sono ancora vivo ed un motivo c’è! Ognuno di noi ha una grande forza, una grande ricchezza e tanto amore da condividere, perché sprecarlo e non ricordarcene?
Vogliamoci bene sempre, non solo quando scatta l’allarme generale della paura di perdere qualcosa che ci riguarda personalmente, le persone che ci circondano non chiedono altro che aiutare il prossimo e a quelle che ancora non lo sanno basta dare a loro il significato della vita per riportarle sulla terra ed essere tutti insieme per non sentirci soli.
La vita non deve essere subita ma vissuta! Noi abbiamo il potere di scegliere la vita che vogliamo vivere, dipende solo da noi come accettare noi stessi ed è questa la grande conquista, siamo ciò che scegliamo di essere e non ciò che gli altri vogliono vedere in noi.
Vogliamo ricordarci chi siamo? Vogliamo dimenticare i futili problemi che inquinano la nostra realtà?
Prometeo è un mezzo di trasporto per comunicare le nostre disgrazie ma anche un mezzo per non sentirci soli , da a noi grandi possibilità da trasmettere ad altri che arrivano digiuni e nuovi di tali esperienze, perché non dare loro aiuto e conforto attraverso la nostra esperienza vissuta?
Diamo voce alla nostra sofferenza per non essere soli! C’è un mondo che ci vuole aiutare e che ha già sofferto ed è pronto per noi.
Tutto è possibile! Ve lo dice un paziente che dopo il trapianto ha avuto altri due tumori ed oggi ha ancora voglia di ridere e scherzare.

Giorgio Cavaciocchi, 1° apr 2010 – e non è uno scherzo!

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